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La politica ai tempi del Coronavirus

di Toni Ricciardi –


Mi perdonerà Gabriel García Márquez per aver preso in prestito, adattandolo, il titolo del suo capolavoro «L’amore ai tempi del colera». Gli eventi delle ultime settimane hanno consegnato incertezze e paure e, purtroppo, non hanno fatto venir meno inutili e sterili polemiche. È in queste circostanze che occorre dimostrare la capacità e la responsabilità di governo. D’altronde, come si blocca qualcosa che non si vede, che non si sente, che non si percepisce? La cultura di governo è questione di vitale importanza, soprattutto in momenti come questi. I populisti si battono non con un populismo di sinistra altrettanto pericoloso, fatto di disfattismo e di filosofia astratta (sia chiaro, ho profonda ammirazione per la filosofia), bensì con la sobrietà del buon senso.

In questi giorni, mi sono tornate in mente le parole di Aldo Moro, pronunciate durante un’iniziativa del 1970 a Benevento: «Amministrare è difficile perché difficile è amministrare». Credo che questa debba essere la massima cui dovremmo ispirarci. È di queste ore la decisione del governo di Berna di annullare tutte le manifestazioni pubbliche, adottando le stesse misure del governo italiano. Possiamo discettare all’infinito sulle misure, ma in questi casi, come giustamente ha detto il Ministro alla salute Roberto Speranza: «Dobbiamo farci guidare dalla scienza, non dalle paure e dalla speculazione». Certo, le conseguenze economiche ci saranno e saranno pesanti, ma lo saranno per tutti. Annullare il salone del mobile di Milano avrà le sue conseguenze, alla pari del salone dell’auto di Ginevra, ma andava fatto. Mi sia consentito, da meridionale e da campano, segnalare l’ulteriore lezione che questa emergenza ci consegna. Immaginate solo per un momento se l’emergenza fosse scoppiata a Napoli e non in provincia di Lodi? Tralasciando i barbari della curva del Brescia di qualche settimana fa, sono 40 anni che in tutti gli stadi d’Italia e non solo si continua ad inneggiare al colera del 1973. All’epoca, arrivò dalla Tunisia, ma ha marchiato a fuoco per sempre una delle città più belle del mondo. «Non si fitta ai meridionali» è stato sostituito con altrettanta scelleratezza in questi giorni con «non si fitta ai settentrionali» o con la follia del non accogliere persone provenienti da Lombardia e Veneto. Ecco, credo che queste settimane debbano insegnarci la lezione della civiltà umana. Non esistono meridionali o settentrionali, africani o europei, bensì, esistono le persone, la cui salute vale più di ogni altra cosa. D’altronde, il colera del 1973, come la sars di qualche anno fa o il coronavirus di oggi, prima di infettare non chiedono la carta d’identità.