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Le fake news al tempo del coronavirus.

di Salvo Buttita

In questo momento di emergenza da coronavirus, al rischio “sanitario” si unisce pericolosamente il rischio “sociale e della fiducia” alimentato da vere e proprie pandemie informative che “infettano” uno dei più importanti fattori della gestione della crisi: la corretta comunicazione dell’emergenza. Oltre al rischio sanitario c’è da combattere anche la disinformazione, tanto che l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha chiesto aiuto alle maggiori piattaforme web di vigilare e bloccare il diffondersi di fake news. Credo che ci sia qualcosa di sadico, oserei dire di masochista, nella gente che trova piacere nel diffondere notizie false date impasto a sempliciotti che si nutrono di complottismi e infinite dietrologie. Gente che trova piacere nel rendere virale notizie che spesso creano panico e agitazione tra il popolo. Poi c’è chi, ancor più sadico di chi le diffonde, le strumentalizza politicamente per danneggiare chi governa. La disinformazione colpisce tutti e ovunque. Contribuisce a rendere l’ecosistema mediatico un ambiente in cui la narrazione prende il sopravvento sull’informazione. I contenuti e la tecnica narrativa prevalgono sulla veridicità dei fatti che si descrivono. Ne sono esempi i contenuti virali assurdi o le informazioni spesso complottistiche circolate in rete nell’ultimo periodo e del tutto mancati di qualsiasi elemento probatorio o fondamento scientifico e logico.

La più recente è quella in merito a un servizio andato in onda il 16 novembre 2015 del Tg Leonardo tramesso su Rai 3 che parla di un esperimento nei laboratori cinesi sulla creazione di un super virus in cui molti hanno voluto identificare il Covid-19, il nostro temutissimo coronavirus. Tuttavia, il nuovo coronavirus non ha nessun collegamento con l’esperimento e la teoria è stata presto spazzata via dalle parole degli esperti del mondo scientifico. Il servizio, che a suo tempo fu ripreso da una pubblicazione della rivista Nature, riguarda un esperimento effettuato da scienziati cinesi che hanno innestato una proteina presa dai topi e dai pipistrelli sul virus della SARS, la sindrome respiratoria acuta grave apparsa per la prima volta nel 2002 nella provincia del Guangdong, in Cina. Un articolo pubblicato recentemente sulla stessa Nature ha chiarito che il virus di cui parla il servizio di Leonardo, virus effettivamente ingegnerizzato, non ha alcuna relazione con il nuovo coronavirus, che invece è di origine naturale. Una presa di posizione che è condivisa da numerosi scienziati e provata dagli studi finora fatti sul Covid-19. Una notizia simile era già circolata qualche settimana prima. In chiave complottistica parlava di una nuova malattia, creata come arma batteriologica, presente in Cina con epicentro a Wuhan. Notizia smentita da diverse fonti scientifiche autorevoli che hanno dichiarato che non esiste niente che colleghi il COVID-19 alla guerra batteriologica. E come dimenticare la vicenda, tutta nostrana, che intendeva far credere che il Coronavirus è dipeso dalla tradizione culinaria cinese e dai pipistrelli in particolare. Sono divenute virali le affermazioni di Luca Zaia del febbraio scorso, che richiamano una altrettanto nota leggenda metropolitana: “li abbiamo visti tutti mangiare topi vivi”. L’effetto che hanno sortito è stato abbastanza impattante, nonostante l’immediata rettifica con tanto di scuse ufficiali all’ambasciata cinese rese dallo stesso. Oppure, la notizia divertente e molto radicata nei meandri del web, che individua nel filantropo e miliardario Bill Gates sarebbe la mente dietro l’epidemia. Il fondatore di Microsoft avrebbe ordinato alle sue case farmaceutiche di creare il virus e diffonderlo nel mondo, in modo da guadagnare miliardi di dollari con il vaccino, già pronto alla distribuzione su larga scala. Come se Gates avesse disperatamente bisogno di soldi. Infine, per non farci mancare qualche fake news a sfondo razziale, era girata sui social e su WhatsApp, la notizia secondo la quale non ci sarebbero extracomunitari tra le persone ricoverate in terapia intensiva. Secondo alcuni di questi post la ragione è il vaccino contro la tubercolosi fatto a tutti gli immigrati arrivati in Italia. Chiunque lavori negli ospedali può tranquillamente testimoniare il contrario, compreso il celebre virologo Roberto Burioni, che ha preso una posizione netta contro tali insinuazioni, dettate esclusivamente dal razzismo.

L’umanità ci ha dimostrato, in diverse occasioni, che è più facile ragionare di pancia che di testa. La nostra percezione e la nostra fiducia sono orientate dalle emozioni piuttosto che dalle prove. Desideriamo o temiamo così tanto che qualcosa accada o sia vero, da rifiutare l’evidenza del contrario. Terreno quanto mai fertile per i “manipolatori” dell’informazione ma anche insidioso per i semplici “ingenui” del web. Nel nostro piccolo possiamo seguire alcune indicazioni di base che ci possono aiutare ad approcciarsi al mondo dell’informazione: consultare e confrontare più fonti di informazione; non condividere senza verificare; se capita di diffondere un contenuto falso, cercare di correggere velocemente e con la stessa enfasi; usare il pensiero critico. La lotta alla disinformazione deve essere trasversale. Una sinergia da potenziare attraverso la costituzione di collaborazioni affidabili dotate di conoscenze interdisciplinari e dove proprio il contributo offerto dalla tecnologia e dai protagonisti del web potrebbe rivelarsi quanto mai strategico. È però anche un investimento culturale a lungo termine, da implementare a livello formativo a cominciare dalle scuole, teso allo sviluppo negli individui di approcci critici, ma non scettici, verso le informazioni che si ricevono.